Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Cliccando su OK si acconsente all'uso dei cookie e si può procedere con la navigazione. OK Leggi di più

LA CHIAMAVANO
KIN LA BELLE

Testi e video: Gianluca Iazzolino | Foto: Eloisa D'Orsi | Sviluppo web: Giuseppe Tilli

Kinshasa è un gigante da 12 milioni di abitanti dalla crescita tumultuosa.
Dove il futuro, e le toilette, sono un lusso che non tutti possono permettersi.

Ogni anno, 300.000 persone si riversano a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Una megalopoli da 12 milioni di abitanti, la terza citta' piu' popolosa d'Africa e tra le capitali dalla crescita piu' rapida al mondo.

Un gigante dai piedi d'argilla, privo di infrastrutture sanitarie, in cui il futuro, e le toilet, sono un lusso che non tutti possono permettersi.

I clienti di Christian sono sia i morti che i vivi. La sua sede di lavoro è sempre la stessa: il cimitero di Kinsuka, uno dei 13 villaggi che formano la megalopoli di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Qui, negli ultimi 25 anni, ha interrato migliaia di feretri. Sulle tombe che spuntano tra l’erba alta, Christian rade crani e barbe. I capelli si spargono sulla pietra bianca. Molte di quelle lapidi le ha erette lui stesso per i defunti di chi si affida alla sua lama. I suoi gesti quotidiani riannodano senza sosta i fili tra questo e il Secondo Mondo.

Come le donne che stendono i panni tra i rami degli alberi del cimitero, o trascinano i secchi colmi d’acqua raccolta dai pozzi. Dicono che quell’acqua abbia un sapore stranamente acido. Eppure a ispirare ansia non è nè l’acqua che lambisce i cadaveri, nè i morti che ritornano.

Ben piú oscura e minacciosa è la burocrazia congolese. Soprattutto in uno spazio conteso come il cimitero di Kinsuka.

Baracche di lamiera spuntano accanto alle tombe. Alcune sono fantasmi di case in muratura che esistevano a poca distanza. I proprietari conservano gelosamente gli atti di proprietà, per i quali hanno pagato i funzionari locali. Il likasu è un piccolo frutto dal sapore dolciastro, ma anche il nome usato in Congo per il denaro fatto scivolare furtivamente nelle mani di ufficiali e amministratori per aprire porte o ottenere permessi.

È così che centinaia di famiglie hanno avuto l’autorizzazione per costruire nel cimitero. Ma con nuovi arrivi ogni giorno, il valore dello spazio del cimitero continua a salire e i likasu non sono mai abbastanza. Delle case vengono demolite, altre vengono erette, mentre nuove tombe si aggiungono alle precedenti.

Il cimitero di Kinsuka è lo specchio di una città in cui la crescita vertiginosa di popolazione travolge anche i muri tra i vivi e i morti.

I nuovi kinois, come sono chiamati gli abitanti di Kinshasa, arrivano dalle province orientali lacerate da una miriade di guerriglie, da quelle centrali, dove le miniere traboccanti di diamanti sono ormai solo un ricordo, dal Nord, dove il recente conflitto nella Repubblica Centrafricana ha costretto alla fuga i profughi di guerre precedenti. Dal Kivu, dal Kasai, dall’Equateur: in migliaia ogni settimana discendono la corrente del fiume Congo viaggiando per giorni su barconi che sono villaggi galleggianti, finchè il corso d’acqua si allarga in un’ansa e, sulla riva meridionale, appaiono gli svettanti edifici di Gombe, il distretto degli affari che nell’era coloniale era interdetto ai nativi, velati da un sipario di vapore acqueo.

Secondo le stime di UN-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo urbano sostenibile, 390 mila persone, ogni anno, si riversano a Kinshasa, per sfuggire alla guerra o alla povertà, ma anche per studiare o inseguire una speranza.

È come se, ogni anno, la capitale congolese fagocitasse una città di medie dimensioni, digerendola nel suo tessuto urbano che pulsa al momento di oltre 12 milioni di anime.

Nell’annuale rapporto The State of African Cities , Kinshasa è entrata proprio quest’anno nella terna delle megacittà africane, dopo il Cairo e Lagos, al di sopra della media di un continente che pure rappresenta la regione al mondo col maggior tasso di urbanizzazione. Secondo le previsioni, entro il 2035 la metà della popolazione africana vivrà in aree urbane. Eppure, ancora oggi, nelle città africane due abitanti su tre vivono in baraccopoli . Una situazione a cui l’agenda d’azione redatta nella recente conferenza di Addis Ababa per i finanziamenti allo sviluppo dedica ampio spazio: un boom demografico troppo rapido può avere effetti devastanti su spazi urbani particolarmente fragili, soprattutto sulle infrastrutture idriche e i servizi di gestione dei rifiuti, aumentando il rischio di epidemie.

Nel 2012, WaterAid, una ong britannica che si occupa di progetti idrici, ha avviato un programma per studiare soluzioni sostenibili per le infrastrutture idriche di Maputo, in Mozambico, Lusaka, in Zambia, Lagos, in Nigeria, e, per l’appunto, Kinshasa. Secondo John Garrett, analista di WaterAid che si occupa dell’iniziativa, il caso di Kinshasa è particolarmente drammatico. “La città manca di una rete fognaria pubblica e solo i quartieri benestanti dispongono di fosse asettiche”, dice. “In alcune zone esistono latrine pubbliche di cui si occupa la RATPK, (la società pubblica che gestisce la distribuzione idrica, nrd.), alcune ong e degli operatori privati. Ma la massa di rifiuti organici prodotti quotidianamente è talmente elevata che la maggior parte viene dispersa nell’ambiente.”

Kinshasa – infrastrutture idriche (il colore nero indica la mancanza di scoli e fognature) - fonte WaterAid

Un tempo la chiamavano Kin La Belle; oggi, per i kinois, è Kin la Poubelle, l’immondizia in francese, per l’enorme quantità di rifiuti prodotti e l’incapacità del governo di gestirne lo smaltimento.

L’Unione Europea, l’americana USAID e alcune agenzie di cooperazione nazionali, soprattutto francese e giapponese, hanno avviato dei programmi d’intervento sulle infrastrutture urbane, ma per la maggior parte delle organizzazioni internazionali Kinshasa è solo una base d’appoggio per le operazioni nell’est del Paese, dove la guerra civile continua ad uccidere.

I maggiori partner economici della Repubblica Democratica del Congo, la Cina su tutti, hanno rimesso in sesto le principali strade della capitale in cambio di concessioni minerarie, ma rimangono ampie zone d’ombra anche a pochi chilometri dal palazzo in cui il presidente Joseph Kabila governa dal 2001.

Assenti all’interno delle baraccopoli, le forze di sicurezza ne controllano però l’accesso. “Gli stranieri potrebbero dare un’immagine negativa del Paese”, dice un funzionario di polizia, riferendosi a Pakadjuma, un insediamento illegale che si snoda lungo la ferrovia che unisce Kinshasa a Matadi, il maggiore porto fluviale del sud del Congo, a ridosso del bacino in cui vengono riversati gli scarichi delle fosse settiche della città. Il torrente Kaluma taglia la baraccopoli, attraversa il bacino e prosegue oltre per affluire nel fiume Congo. Pur essendo un agglomerato di baracche, Pakadjuma è una delle aree di Kinshasa abitate ininterrottamente da piú tempo.

La posizione strategica lungo la ferrovia e a poca distanza dalle rive del fiume ne ha fatto fin dall’inizio del ventesimo secolo uno snodo cruciale per i sudditi del Congo belga prima, e quindi per i cittadini dello Zaire e della Repubblica Democratica del Congo che confluivano nella capitale per lavorare e commerciare, anche nel mercato del sesso. Fattori scatenanti, secondo uno studio delle università di Oxford e di Lovanio, della ‘tempesta perfetta’ da cui prese il via l’epidemia globale di HIV negli anni ‘20.

Quando si riesce ad accedere al quartiere, ci si rende conto conto che la situazione non è molto diversa da quella di un secolo fa. Pakadjuma resta il distretto della prostituzione a basso costo, praticata nei cosiddetti kuzu, postriboli dove ci si prostituisce anche per mezzo dollaro o in cambio del pesce che i pescatori del quartiere non riescono a vendere al mercato.

Come racconta Nicolas Muembe, l’infermiere che gestisce l’unico presidio sanitario della baraccopoli, un terzo degli utenti dell’ambulatorio è sieropositivo. La maggior parte dei suoi pazienti sono donne. Il virus si propaga rapidamente in corpi già debilitati. “Molti dei sieropositivi che abbiamo in cura hanno già avuto il colera in passato e sono esposti a dissenteria cronica e a nuove infezioni che si diffondono a causa delle condizioni igieniche precarie”, dice Nicolas.

Ci sono solo due latrine in muratura per una popolazione di diverse migliaia di abitanti. Le fogne sono un reticolato di rivoli d’acqua che strabordano nella stagione delle piogge, facilitando la diffusione di diarrea e vermi intestinali. Sui pochi letti dell’ambulatorio creato da Nicolas con l’aiuto dei Caschi Blu tunisini del contingente internazionale MONUSCO si alternano partorienti e malati gravi. Il materiale sanitario è fornito da una ong statunitense. Solo dopo un’epidemia di colera che, nel 2013, ha fatto centinaia di vittime, il ministero della salute congolese ha stabilito un altro presidio sanitario nella zona. Al momento, però, la struttura è dedicata alle decine di migliaia di nuovi arrivati nell’ultimo anno dal vicino Congo Brazzaville: anche loro congolesi, ma rifugiati di un conflitto mai finito.

I veterani di Pakadjuma arrivarono a Kinshasa dalla provincia settentrionale di Equateur lungo il fiume ai tempi dell’ex dittatore Mobuto Sese Seko, salito al potere con un colpo di stato nel 1965 e deposto solo nel 1997 da Laurent-Desiree Kabila, padre dell’attuale presidente. I nuovi arrivano perchè l’Equateur continua ad essere una delle province piú marginalizzate del Paese. Molti abitanti di Pakadjuma sono Ngbandi, il gruppo etnico maggioritario nel nord del Paese da cui proveniva Mobuto, e leggono la mancanza di infrastrutture attraverso una lente politica: l’abbandono da parte dello stato è una punizione verso i sostenitori del regime precedente, dicono in tanti.

Non esistono dati sulla popolazione delle baraccopoli, gli unici spazi in cui i nuovi arrivati possono permettersi un tetto in una megalopoli che, secondo Mercer, un’agenzia di consulting, è la 13sima città piú cara del mondo, subito dopo Londra. È un paradosso nel paradosso, quello di un Paese in cui lo stato, come ha detto recentemente l’esperto di Congo Pierre Englebert, è troppo debole per fornire servizi ai propri cittadini ma abbastanza forte per tenerli soggiogati.

L’elite congolese e i dipendenti stranieri di multinazionali godono di servizi di standard internazionale in quartieri fortificati che si stanno moltiplicando qui come in altre aree urbane in Africa e America Latina, prefigurando un futuro di disuguaglianze crescenti. A Kinshasa, questa distopia sta prendendo forma sulle rive del fiume che ha plasmato la storia del Paese. Citè du Fleuve è la vetrina della Kinshasa di domani, un’area residenziale tuttora in fase di completamento su una penisola affacciata sul Congo. Dietro il progetto c’è la Hawkwood Properties, una società d’investimenti con sede a Lusaka, in Zambia, che ha sta trasformando in realtà i sogni di un’alta borghesia che si ritrova alla settimana della moda di Kinshasa o nei ristoranti di lusso di Gombe. Condomini e case unifamiliari dagli stili piú diversi si affacciano su ampi viali con lampioni.

Un Hummer Limousine bianco è parcheggiato in uno dei viali principali. Affittarlo per un’ora costa 350 dollari e un meccanico che ne sta revisionando il motore ci informa che le prenotazioni sono complete per i mesi a venire. Molte abitazioni sono ancora vuote, ma le previsioni sono rosee, e presto apriranno anche negozi e supermercati. L’idea alla base di Citè du Fleuve è farne una comunità autonoma dal resto di Kinshasa, un frammento di Europa sul fiume Congo, lontano dalle immagini stereotipate di miseria e malattie del Paese.

Eppure queste immagini incombono a poche centinaia di metri, al di là della ringhiera di protezione e di un ramo del fiume su cui le piroghe scivolano lentamente. Migliaia di pescatori risiedono in un agglomerato di baracche concentrate in un fazzoletto di terra sul livello del fiume, esposto alle periodiche esondazioni. Non possono allontanarsi perchè dalla pesca ricavano l’unica forma di sostentamento ma, dicono, dall’inizio della costruzione di Citè du Fleuve, nel 2008, la loro situazione è peggiorata: “I sistemi di sbarramento per proteggere il quartiere residenziale impediscono il riflusso del fiume”, dice Vincent, un leader comunitario del villaggio dei pescatori. “L’acqua ristagna. E cosi’ il colera ritorna regolarmente.”

Il sito web di Citè du Fleuve specifica che la costruzione del quartiere è stata preceduta da un accurato studio idrogeologico, ma la nostra richiesta di commento alle accuse dei pescatori non ha ricevuto risposta. Intanto, gli abitanti del villaggio si proteggono dalle esondazioni del fiume come possono, costruendo su palafitte o creando degli argini. Non abbastanza, secondo Florence, una madre di quattro figli che ha sistemato sacchi di sabbia attorno alla propria abitazione, per impedire che l’acqua entri in casa, trasportando feci e rifiuti organici dispersi nell’ambiente. Lei è uno dei pochi abitanti ad avere costruito una latrina, e spera che altri seguano il suo esempio. La latrina sorge proprio sulla sponda del fiume, sul lato opposto di Citè du Fleuve, la Kinshasa del futuro.

Ma a Kinshasa, il futuro, come i servizi igienici, è un lusso che non tutti possono permettersi.


Innovation in Development Reporting Grant Programme Logo

Questo reportage fa parte del progetto Toilet For All, realizzato con il contributo dell' Innovation in Development Reporting Grant Programme dello European Journalism Center (EJC).

European Journalism Center (EJC) Logo
cookie policy